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If my thought-dreams could be seen they’d probably put my head in a guillotine
Buon Viaggio Bischero
post pubblicato in diario, il 30 novembre 2010
"Ma è proprio obbligatorio essere qualcuno?"




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Le Rive Del Po
post pubblicato in Cronache dal Regime, il 16 novembre 2010


Fra questurini che giocano a fare la Gestapo, pretoni che fanno a gara a chi è più solidale, politici teorici del moralismo d’accatto e il circo mediatico che finita la semina a Brescia tornerà galoppando a coltivare ad Avetrana, i quattro immigrati che da 16 giorni vivevano su una gru per protestare contro le continue truffe istituzionali perpetuate dallo stato italiano ai loro danni sono scesi questa sera.
E’ realistico pensare che sul piano pratico i risultati ottenuti siano nulli, le autorità li hanno presi per sfinimento, da domani i riflettori si spegneranno e con essi l’interesse dello spettatore medio(sempre che ne abbia mai avuto). Ma chiunque sia dotato di una sensibilità umana e non drogata dalla spettacolarizzazione è stato spinto da questa vicenda a confrontarsi con la propria condizione privilegiata: quella di chi non deve faticare per far valere i propri diritti poiché c’ha già pensato qualcun’altro. Ecco perché lo sforzo dei quattro uomini deve essere un incentivo di maturità e responsabilità per tutti noi, e allora, se non ci faremo ingannare dall’informazione ufficiale e continueremo a tenere alta la guardia fino a sopruso estinto, l’obbiettivo reale potrà essere raggiunto e il prezioso insegnamento dei migranti assimilato.

The McNicholas, the Posalski's, the Smiths, Zerillis, too
The Blacks, the Irish, the Italians, the Germans and the Jews
Come across the water a thousand miles from home
With nothin in their bellies but the fire down below


They died building the railroads worked to bones and skin
They died in the fields and factories names scattered in the wind
They died to get here a hundred years ago they're still dyin now
The hands that built the country were always trying to keep down


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permalink | inviato da Paolo Testori il 16/11/2010 alle 2:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Song For Orphans
post pubblicato in Bruce Springsteen, il 9 novembre 2010
Il posto migliore dove vivere è una canzone di Bruce Springsteen, lo scrisse Nick Hornby nel suo libro più bello, ed è questo che ci pone di fronte al dilemma che attanaglia il protagonista di The River: un sogno che non s’avvera è una bugia o è semplicemente qualcosa di sbagliato? Quando ascoltiamo una canzone la stiamo vivendo o stiamo solo trasmettendo impulsi nervosi al cervello? E se la viviamo, lo facciamo attraverso gli occhi di un personaggio preciso o siamo onniscienti?
La discografia di Springsteen non è solo una popolatissima terra di reietti, è anche un irresolubile intreccio di fili che legano storie, personaggi, cammini e vicende umane. Un ricchissimo mosaico che mescola magistralmente realtà e finzione riuscendo a purificare le illusioni dal loro aspetto maligno ed ambiguo. Il paradiso di ogni temerario sognatore che non ha paura di affrontare bugie o cose andate male.
Tutti, infatti, sogniamo di essere nati per correre, anche se nessuno sa cosa voglia dire realmente. Tutti sogniamo di abitare in Thunder Road, anche se non sappiamo dove sia. Tutti crediamo ciecamente nel grido immortale di No Surrender(‘Abbiamo imparato di più da un disco di tre minuti che da quello che ci hanno insegnato a scuola’) ma non sappiamo quanto sia vero. E infine tutti sogniamo di essere Spanish Johnny, Magic Rat, Killerjoe o Mary, Wendy, Rosalita. Non ci sfiora nemmeno per un istante il pensiero che chi sogniamo di essere esista davvero e sia intrappolato in una immensa ragnatela imperscrutabile.
Bruce, da vero megafono di chi è senza voce, rompe tutti gli schemi dell’immaginazione per porsi dalla parte di chi vive nelle canzoni, replicando la sua cruda poetica stradaiola su un livello metafisico; ne viene fuori Song For Orphans, una delle opere più meravigliose del suo immenso sottobosco musicale.
La storia è sconosciuta ai più: Song For Orphans fu presumibilmente scritta nel 1972, nello stesso anno venne registrata in studio ma non finì mai in un disco ufficiale. Bruce la propose per la prima volta nei concerti in solitudine dell’epoca per poi utilizzarla ogni tanto come apertura nel suo primo tour ufficiale del 1973. Da questo momento in poi sparì completamente dalla scena per oltre vent’anni. Ricomparve a sorpresa nel Devils & Dust Acoustic Tour del 2005, in una versione moderna che lasciò tutti a bocca aperta.
La cosa incredibile è che il particolarissimo scenario narrativo di Song For Orphans rappresenta in realtà la sublimazione dello Springsteen più ancestrale e romanticamente legato ai fasti scarni e leggendari di Asbury Park. Come se tutte le creazioni umane costruite da Bruce per fotografare la vera America, quella che perde manovrata dai poteri forti, fossero in realtà epigoni degli ‘orphans’ cantati agli albori della sua carriera.
In Song For Orphans la narrazione è sfumata, imprecisa. La storia non c’è. L’inizio e la fine sono concetti labili, dipendono dall’intervallo di tempo(espressione orrendamente matematica) in cui applichiamo la nostra personale lente d’ingrandimento, in altre parole, da quando ascoltiamo la canzone. Neanche i luoghi hanno importanza. L’unica cosa che conta sono loro, gli ‘orphans’. Una moltitudine eterogenea e rumorosa piena di sogni holliwoodiani che scambia fuligine per terra fertile.
Alla fine della seconda strofa Bruce canta:“rinnegati, disgraziati, senza nome, né scopo, né risposte che vivono la loro vita nelle canzoni, il tempo di un ‘buonanotte’ bisbigliato, un soffio e non ci sono più”. E’ questo, forse, uno dei momenti più poeticamente evocativi del suo percorso di cantastorie. I protagonisti delle canzoni, e dunque la canzoni stesse, nascono da una voglia ineffabile di perfezione. Quella perfezione cui il mondo tende senza, per fortuna, arrivarci mai. Ma è proprio quella perfezione, che mai raggiungiamo ma che forse abbiamo dentro, a fare delle canzoni qualcosa di più che un semplice solco su cd o un file su computer. E’ quella perfezione a renderle irrintracciabili, indefinibili, senza nome, senza ragione, capaci, appunto, di scomparire in un ‘buonanotte’ bisbigliato.



The multitude assembled and tried to make the noise
Them black blind poet generals and restless loud white boys
But time's grew thin and the axis was left somehow incomplete
Where instead of child lions was left agein' junkie sheep

And how many wasted have I seen signed "Hollywood or bust"
Woah left to ride those ever ghostly Arizona gusts
Oh cheerleader tramps and kids with big amps soundin' helpless in the void
High society vamps and ex-heavyweight champs mistakin' soot for soil

So break me now big Mama as Old Faithful breaks the day
Believe me my good Linda, let the aurora shine the way
Woah the confederacy, she's in my name now, and the hounds are held at bay
Oh the axis needs a stronger arm, do you feel your muscle play

The doorstep blanket weaver, oh Madonna pushes bells
From house to house I see her givin' last kisses and wishin' well
To every gypsy mystic and hero that all the babies might find a place
Who've been lost to true fathers and mothers on their time travels deep in space

Now the sons return for fathers, but the fathers are all gone
Oh and the lost souls search for saviours, but saviours don't last long
Those aimless questless renegade brats who live their lives in songs
Run the length of a candle, and in a goodnight whisper and a puff they're gone

So break me now big Mama as Old Faithful breaks the day
Believe me my good Linda, help is on the way
'Cause the Confederacy, she's in my name now, and the hounds are held at bay
The axis needs a stronger arm, I can feel my muscles play

The missions are filled with hermits lookin' for a friend
The terraces are filled with cat-men lookin' for a way in
And orphans abandoned on silver mountains are jumped in celestial alleyways
Wait for that old tramp Dog Man Moses 'cause he takes in all the strays

He told me, "don't grow on empty legends boy, or lonely cradle songs
'Cause Billy the Kid was just a bowery boy who made a living twirlin' his guns
And this night she'll be long and lanky, and she'll speak in a mother tongue"
And then he lullabied the refugees with an amplifier's hum

So break me now big Mama as Old Faithful breaks the day
And believe me my good Linda, woah help is on the way
And the Confederacy, she's in our name now, and the hounds are held at bay
The axis needs a stronger arm, do you feel your muscles play
Do you feel your muscles play


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permalink | inviato da Paolo Testori il 9/11/2010 alle 17:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Resto Qui Perché
post pubblicato in diario, il 3 novembre 2010
Resto qui perché sono pigro.
Resto qui perché odio le sconfitte.
Resto qui perché amo lamentarmi.
Resto qui perché questa non è l’Uganda, caro Signor G.
Resto qui perché ho bisogno di qualcosa per cui lottare.
Resto qui per le ragazze, ma anche per i ragazzi.
Resto qui per la mamma, ma anche per il papà, ma anche per la nonna.
Resto qui perché qualcuno una volta mi disse: ”O cammini a testa alta, o non cammini proprio”.
Resto qui perché non ho paura degli immigrati, né dei gay, né degli zingari; ma dell’indifferenza sì.
Resto qui per Paolo, Giovanni, Giorgio, Peppino, Carlo Alberto, Indro, Enzo, Giorgio, Fabrizio e tanti altri di cui troppo spesso ci dimentichiamo.
Resto qui per i tortellini, gli agnolotti, l’anguilla, la ventricina, la cotoletta, la pizza, la Bonarda, il lardo di colonnata, il pesto e tante altre cose di cui mi dimentico molto meno.
Resto qui per quella volta che in Canada rimorchiai una splendida messicana perché amava l’italiano.
Resto qui per poterlo dire a mio figlio.
Resto qui perché ho uno spiccatissimo gusto per l’orrore.
Resto qui per cantare l’ultimo verso di Thunder Road.
Resto qui perché c’è un sacco di lavoro da fare.
Resto qui perché non è per vedermi andare via che i miei nonni hanno fatto la Resistenza.
Resto qui perché poi, un giorno, chissà quando, vorrò esserci.
Resto qui perché mi ricorda Cartoonia, solo un po’ più grigia.
Resto qui perché mi sono rotto le palle di cercare scuse per andarmene.
Resto qui perché avrei troppe cose da portarmi dietro.
Resto qui per blob.
Resto qui perché devo ancora capire moltissime cose.
Resto qui perché aborro i compromessi.
Resto qui perché la fuga è come la rivoluzione: oggi no, domani vediamo, ma dopodomani sicuramente!
Resto qui perché ho già abbastanza colpe.
Resto qui perché so di valere qualcosa.
Resto qui perché ho voglia di sentirmi orgoglioso.
Resto qui perché nonostante tutto mi sento orgoglioso.
Resto qui perché metti di dover spiegare ad uno straniero che l’Italia non è solo quella che vedono all’estero, e metti che quello ti chiede “Allora perché te ne sei andato?”..Cazzo che figura di merda!
Resto qui perché ogni mattina, mentre leggo sul giornale di Ruby, Antigua, Mills, ‘i froci’ e via dicendo attraverso più stadi emotivi di una donna al settimo mese di gravidanza. E in mezzo a questo delirio parossistico di sentimenti trovo sempre la forza di indignarmi.
Resto qui perché è giusto così.



permalink | inviato da Paolo Testori il 3/11/2010 alle 2:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Siamo Tutti Con Loro
post pubblicato in Cronache dal Regime, il 21 ottobre 2010
Sardegna:

Campania:


Now Tom Said; "Mom, wherever there's a cop beatin' a guy
Wherever a hungry new born baby cries
Where there's a fight 'gainst the blood and hatred in the air
Look for me mom I'll be there
Wherever there's somebody fightin' for a place to stand
Or decent job or a helpin' hand
Wherever somebody's strugglin' to be free
Look in their eyes mom you'll see me."


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permalink | inviato da Paolo Testori il 21/10/2010 alle 6:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
C'Era Una Volta L'Aria Pulita
post pubblicato in Ambiente, il 13 ottobre 2010
Qua il link del ultimo numero del giornale online "Il Tulipano", ci trovate anche un mio articolo sul ritorno dei rifiuti in Campania.
Leggetelo, è un gran bel giornale.

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permalink | inviato da Paolo Testori il 13/10/2010 alle 0:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Scazzi Pubblici
post pubblicato in diario, il 9 ottobre 2010
Partecipazione emotiva. Commozione popolare. Lutto nazionale.
E’ così che funziona la nostra perdente umanità, talmente preda dei propri sempiterni patetismi tribolanti da doverne affidare la veicolazione ad un sistema piazzista dettato dal “chi offre di più”.
I sentimentalismi in saldo funzionano sempre. Guai a non unirsi al coro di odio per l’assassino di Sara Scazzi, potresti passare per un insensibile, o peggio, per un futuro criminale. Guai a sostenere che nella televisione pubblica italiana Chi L’Ha Visto? è un’unghia rotta in un corpo con un tumore al cervello in stadio avanzato.
Federica Sciarelli è un’innocua nullità non peggiore di altre. Non ha fatto nulla di nuovo, ha semplicemente messo in pratica le teorie di Popper e Pasolini sulla spettacolarizzazione televisiva dell’orrore lambendo il lato umano dello spettatore che, senza rendersene conto, ha barattato la propria empatia con un sentimento “usa e getta”.
Sul serio, vogliamo paragonare la Sciarelli con il primo tg nazionale che gagliardamente annuncia il record di share nel giorno del terremoto a L’Aquila? O magari col Premier che fa il buffone in diretta al funerale di Vianello? O con le manette di Enzo Tortora sparate su tutti i giornali?
Il resto della stampa non ha fatto altro che darci una buona ragione per ricordare quel Genio che nel suo personale j’accuse gridava ai giornalisti ”cannibali, necrofili, deamicisiani, astuti e si direbbe proprio compiaciuti, voi vi buttate sul disastro umano col gusto della lacrima in primo piano”.
Ma se la tv ha mercatizzato le emozioni è perché il popolo glielo ha permesso, assecondandola e autoproclamandosi semplice compratore e consumatore. Nel momento dell’annuncio in diretta Chi L’Ha Visto? ha triplicato lo share. Tutti ci siamo indignati per lo sciacallaggio, ma quanti hanno spento quella maledetta trappola a colori?
Siamo sempre pronti a invocare la pena di morte dal divano di casa nostra, siamo sempre pronti ad applaudire al passaggio della bara bianca( questa perifrasi mi è servita solo per chiedere che cazzo ci sia da applaudire in questa storia), ma soprattutto siamo sempre pronti a praticare il morboso voyeurismo degli altrui mali forse per dimenticarci che, per dirla con Gramsci, non ci distingue più nulla da un cencio inamidato.
L’isteria collettiva che ha accompagnato il dramma di Avetrana è dovuta all’esasperata astinenza da fremiti emotivi plastificati, e adesso che la dose è finita saremo prontissimi a spostare la lente lacrimale( che ci fa sentire tutti più buoni) sui quattro poveracci morti in Afghanistan, continuando a ignorare beatamente i drammi quotidiani del paese. E quando lo zio necrofilo uscirà dal carcere( perché succederà, fidatevi) i giornali gli dedicheranno due righe nei ‘brevi’: “Libero l’assassino di Sara Scazzi” e da quel popolino che un tempo aveva pianto per la vittima innocente un coro si leverà: “Chi cazzo è Sara Scazzi?”.
[tributi] Andrea Scanzi - Il Vino Degli Altri
post pubblicato in diario, il 25 settembre 2010

Partiamo dalla fine, cioè dal backstage di berselliana memoria. Perché se io scrivessi un libro( e forse non è nemmeno una cattiva idea visto che, citando Bukowski, tutti sanno scrivere e quindi tutti si sentono scrittori), non avrei idea di cosa parlare, ma di certo il mio libro avrebbe un backstage berselliano parecchio nutrito. Molto più nutrito di tutto il resto della produzione. Molto probabilmente sarebbe uno scritto costituito solo da backstage, e allora tanto varrebbe fare un libro tributo(se a qualcuno interessasse - ehilà c’è nessuno?) ai tanti maestri che ho incontrato finora. Un po’ come ha fatto Andrea Scanzi in C’è Tempo. Ma lasciamo perdere C’è Tempo, che non l’ho ancora letto(rimedierò presto) e torniamo al mio personalissimo backstage che si è tramutato in una raccolta di tributi. Raccolta in cui avrebbe sicuramente un posto d’onore proprio Andrea Scanzi.
Sarò onesto, la prosa che state leggendo dovrebbe avere le fattezze di una recensione dell’ultimo libro di Scanzi, Il Vino Degli Altri, in realtà è un malcammuffato(ma sincero) riconoscimento ai meriti dell’autore. Quell’autore che potete rimirare nel retro di copertina, ebbro della sua riboccante fisicità(?), la chioma folta a ricordare che nessuno ci può giudicare solo perché i nostri capelli sono lunghi(come insegnava Marvin Gaye in What’s Going On), la barba vagamente( ma solo vagamente) incolta e lo sguardo guevaresco fieramente fisso all’orizzonte. Ammirando siffatta compostezza estetica il primo pensiero che vi attraverserà le sinapsi sarà:”Ora capisco perché scrive libri sul vino”.
Il vino, appunto. Quella componente fondamentale dell’esistenza, che da quando esiste il mondo accompagna l’uomo nella sua evoluzione(o involuzione). Quella formula magica che per chi, come me, lo ama ma non ne è esperto rappresenta la via di fuga più sicura dalle miserie umane(sic) e il metodo più efficace per far funzionare i rapporti interpersonali( pratica in cui chi scrive non è esattamente un maestro).
Scanzi parte da lontano per parlare del vino, accantona i postulati incontrovertibili e si arma dei due ingredienti fondamentali per eseguire alla perfezione il proprio lavoro: passione e ricerca. Non rinuncia ai tecnicismi, ma lo fa senza la boria del saccente. Omaggia gli onesti e scalfisce i baroni monolitici(straordinarie le chiose contro Parker e Maroni). Per rendere tutto più abbordabile a chi non ha esperienza accompagna ogni immagine con dissacranti paragoni che denotano un inesauribile serbatoio di fantasia. Ne viene fuori un vortice enoico intriso di sfrenato citazionismo( difatti è fra quelli che mi hanno attaccato quei molestissimi cit.) in cui orientarsi è facile e divertente, basta avere una percezione della realtà i cui canoni non siano dettati da Mediaset o Minzolini.
Ma Scanzi è così in tutto ciò che fa. Nell’epoca della telecolonizzazione, della svalutazione terminologica e della svendita dei mestieri, Scanzi dà ascolto solo alla propria ancestrale sensibilità. E il metodo è sempre lo stesso, che si parli di musica, cinema, serie tv, libri, cultura, politica o sport. Si destreggia con maestria fra noiosi convincimenti ottenebranti(non è un caso che il suo blog su La Stampa sia spesso preso d’assalto da fanboy di qualsiasi forma e dimensione), armato di sintassi corretta e verve graffiante fa a pezzi le congetture di chi si crede portatore di verità rivelata, instilla dubbi agli stupidi(che non è cosa facile, pensateci); e lo fa aberrando il ruolo di guru.
Insomma, è un uomo come tutti, conscio della sua fallibilità e pregno di demenziali idiosincrasie(e io adoro le demenziali idiosincrasie), ma a differenza di molti si lascia guidare solo dalla passione. Ma la passione, si sa, è imperfetta, sempre diseguale nelle sue infinite sfaccettature. Scanzi ne è consapevole, ed è sulla base di questa diversità che cerca il dialogo, il confronto, si mette in gioco di fronte al pensiero avverso, accettando anche possibili torti e bonarie prese in giro( a tal proposito Andrea, se stai leggendo ti vorrei dire una cosa: Dexter è un cazzo di capolavoro, giuda ballerino(cit.)).
Andrea Scanzi è il miglior antidoto contro la mediocrità dilagante.
Scopritelo su La Stampa, vi accorgerete della sua antica affezione alla sacralità del rapporto tra giornalista e lettore.
Scopritelo su Micromega, dove fra un’esecrabile nequizia e un Capezzone in infradito sovverte l’arroganza del potere con la sola forza della parola.
Paladino del cazzeggio, culturalmente onnivoro, Scanzi vive di ciò che ama, e, venendo al piano personale, è questa la cosa più importante che mi ha dato.
Io, si sa, di eroi ne ho avuti tanti. Letterari, musicali, immaginari, cinematografici, civili. Ma nessuno (a parte Dustin Hoffmann) diventa eroe per caso. Ognuno fa la sua parte.
Rob Fleming mi ha riconciliato con la mia anima musicale, Barney Panofsky e Henry Chinaski hanno sdoganato la mia concezione cinica e poco seria della vita. Le poesie di Giusto Gervasutti e i racconti di Riccardo Cassin hanno nutrito la mia passione per la montagna e gli ampi spazi, stessa cosa hanno fatto i fantasmi di Francisco Coloane e Bruce Chatwin con i miei sogni patagonici e le mie velleità di viaggiatore. Per non parlare di John Steinbeck e la mia attrazione morbosa nei confronti dell’America stradaiola degli hobo. Molti, poi, in maniere indefinibili e per vie imponderabili, mi hanno insegnato il piacere del libero pensiero e degli onesti fini, nonché l’importanza, per dirla con Bruce Springsteen, mio sommo maestro, di non nascondersi sotto le coperte a studiare le proprie pene. Scanzi è uno di questi. Ha dato sfogo e legittimità alla mia vis cazzeggiante. Quella che mi porta a trascurare lo studio, a non cadere nella trappola delle stupide imposizioni anestetizzanti della società e a sfamare la vivace voracità della psiche. Quella che mi spinge a stravaccarmi sul divano a fare le maratone di 24. Quella che mi conduce nelle situazioni assurdamente logiche evocate da Josè Saramago. Quella capace di farmi godere di un disco dei Buffalo Springfield o di un film dei fratelli Marx. La vis che ti fa vivere, insomma.
Ognuno ha il suo estro, i suoi feticci, le sue psicosi. Inevitabili contorcimenti dell’inconscio di cui è lastricato il personale cammino di tutti noi. L’ostacolo più grande è trovarlo, il proprio personale cammino. E se io ci sono riuscito è anche merito di Andrea Scanzi.
Gli Italiani Sono Ancora Da Fare
post pubblicato in diario, il 20 settembre 2010


Il 20 settembre 1870, in seguito al rifiuto di papa Pio IX di trattare con il governo sulla questione di Roma capitale, le truppe al comando del generale Raffaele Cadorna dopo cinque ore di bombardamenti riuscirono ad aprire un varco nelle mura di Roma, la famosa “breccia di Porta Pia”. Pio IX, ormai incapace di contenere la forza prorompente del pensiero illuministico e liberale allora egemone in tutta l’Europa, si ritirò nelle stanze vaticane sbattendo i piedini e protestando contro lo “stato usurpatore”. Era la fine del millenario potere temporale dei papi. Lo Stato vinceva la Chiesa. L’Italia era fatta, definitivamente.
Oggi, 140 anni dopo, fra sindaci leghisti in delirio d’onnipotenza celtica e fra poteri occulti che le gerarchie ecclesiastiche continuano ad esercitare nei corridoi dei palazzi romani, ricordare quell’evento è considerato un atto provocatorio e sovversivo invece che una manifestazione di quel sincero orgoglio patriottico di cui il ministro della guerra La Russa si finge portatore.
Ricordàtelo, magari esibendo il Tricolore alla finestra. Oppure semplicemente parlandone agli amici, ai colleghi, ai parenti. Vi sentirete sorprendentemente partecipi.

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permalink | inviato da Paolo Testori il 20/9/2010 alle 9:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Andiamocela Tutti A Cercare
post pubblicato in Cronache dal Regime, il 11 settembre 2010


“Abbiamo un mandato, un mandato Divino: perpetuare il male per garantire il bene
”.
Toni Servillo, Il Divo, 2008.

Ambrosoli? E’ una persona che in termini romaneschi se l’andava cercando”.
Giulio Andreotti, 9 Settembre 2010.

Finalmente si gioca a carte scoperte. Ora quanto ci mettiamo a revocargli la carica onoraria più illustre prevista dalla Costituzione per “altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”?

[Cieco furore MODE ON]
Miserabile verme mafioso oscuratore di sentenze sfavorevoli.
[Cieco furore MODE OFF](scusate, non riuscivo a trattenermi)

Ma torniamo seri, per quanto ci è possibile. Senza voler fare classifiche delle cagate blocca-sistole a tutti i costi, direi che questa simpatica boutade finisce dritta dritta affianco a “Mangano eroe”, via Craxi e a agli altri punti cardine del piano di manipolazione della verità storica. E già che ci siamo, minchiata per minchiata, direi che Salvo Lima è morto per noi.

Giorgio Ambrosoli “se l’è cercata”, come gli diceva il suo futuro killer William Arico nelle telefonate minatorie. Colpirne uno per educarne cento. Che sia di lezione a tutti quegli integerrimi servitori dello stato che perseguono la rettitudine morale invece che l’arricchimento personale e che antepongono il bene comune al sistema di corruzione e clientelismo malaffaristico.
Giorgio Ambrosoli ucciso sotto casa sua, a Milano. La città della produttività, dove la mafia non esiste.
La città della Banca Rasini, dove la ‘ndrangheta fattura milioni.
Ucciso e dimenticato. Perché è così che funziona, ci sono i Falcone e i Borsellino, quelli che non puoi dimenticare e allora ne sfrutti la memoria per esibire una pallida verniciatura di lotta antimafia che si scrosta semplicemente passandoci la mano. Poi ci sono quelli facili da insabbiare, gli Ambrosoli e tanti altri, pericolosissimi poiché sono la prova che quel “fresco profumo di libertà” di cui parlava Borsellino si può respirare facendo semplicemente il proprio lavoro.
E’ così che fate, asettici funzionari di regime?

Ma Ambrosoli è molto più vivo di voi.

Ambrosoli è molto più vivo di lei, senatore Andreotti. I reperti storici e la memoria, anche se da pochi praticata, saranno sufficienti per garantire alle prossime generazioni la corretta valutazione della sua persona. Sarà ricordato per quello che fu, senatore. In ogni futuro libro di storia il suo nome coabiterà nella stessa frase con la parola ‘assassino’. Non s’illuda che lo scempio della Costituzione la possa salvare dal giudizio della storia.
E se davvero quella parola divina di cui lei si è fatto emissario ha valore universale, beh, io stanzierò sicuramente negli angoli più tetri e sofferenti dell’inferno, ma il suo deretano brucerà affianco al mio.

La storia di Giorgio Ambrosoli, complicata, cupa e allo stesso tempo bella da raccontare(come afferma il figlio Umberto), non è solo la fotografia di un’epoca tragica e controversa, è anche emblematica di quanto sia lastricata di sangue e di lacrime la strada che conduce il nostro paese alla maturità democratica.
Una storia che racconta il paradosso, apodittico e tragicomico, di una Repubblica difesa da un monarchico. Una storia che narra lo scontro, fiabesco e mitizzato, tra il bene, solo e indifeso, e il male, oscuro e indefinibile.
Una storia di cui non si parla mai abbastanza, che ci porta esempi di uomini meravigliosi grazie ai quali possiamo difenderci dalla dilagante mediocrità e volare nell’alto dei valori morali.

Uno di questi fu Mario Sarcinelli, il più stretto collaboratore del governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi, insieme al quale diede pieno sostegno al lavoro di Ambrosoli, e per questo vennero entrambi fatti arrestare per ordine diretto di Andreotti in quella che è universalmente considerata una delle pagine più buie della nostra Repubblica.
L’ottobre scorso, ad un convegno che commemorava il trentesimo anniversario di quel drammatico attacco, il dottor Sarcinelli ha presentato il libro di Umberto Ambrosoli Qualunque Cosa Succeda dedicato al padre con queste parole:
“Il libro Qualunque Cosa Succeda ha la grande inconfondibile qualità di essere scritto da un osservatore ‘interno’, coinvolto dal vincolo familiare ancor prima che dalla passione civile e dalla sete di verità.
Ma è anche un ‘interno vuoto’ o almeno incompleto, poiché orbato dalla fondamentale figura paterna.
Anche se il volume è dedicato dall’autore ai tre figli affinché essi sappiano scegliere da soli un modo per ricordare l’avo che non hanno conosciuto, esso si dirige alle nuove generazioni che nulla sanno delle temperie degli anni Settanta perché non le hanno vissute e perché una scuola disattenta insegna, forse, gli antichi miti e le tragedie classiche, ma solo episodicamente insegna a rintracciarne alcuni fili negli eventi a noi prossimi.
Un libro di piana lettura che non dovrebbe destare in un pubblico giovanile resistenze o difficoltà di comprensione; tuttavia, con la videocrazia imperante quante probabilità possiamo assegnare ex ante alla sua diffusione tra i membri di quella generazione per cui è stato scritto?”

Mi piacerebbe molto poter smentire il dottor Sarcinelli, ma mentirei. Sono uscito poco più di un anno fa dal liceo, e in cinque anni nessuno mi ha mai parlato di Giorgio Ambrosoli. Ma al di là delle esperienze personali, la provocazione genuina e costruttiva lanciata dal dottor Sarcinelli suscita un riflessione: è un paradosso logico, con cui conviviamo quotidianamente, il fatto che lo stato ci conferisca a 18 anni la possibilità, e soprattutto il dovere, di partecipare alla vita democratica tramite il voto, senza però munirci di quegli strumenti necessari a compiere valutazioni approfondite che si rivelerebbero salutari per la democrazia. Sarebbe ingiusto incolpare di tutto la scuola, ma è evidente la presenza di un errore(volontario?) che manda in cortocircuito l’intero sistema. L’antidoto a questo veleno perennemente in circolo è la cultura.

Io, nel mio piccolo, posso solo dire che il libro di Umberto Ambrosoli è splendido e commovente, che dovrebbero leggerlo tutti e che il film di Michele Placido Un Eroe Borghese dovrebbe essere visionato nelle scuole(come per un periodo è stato effettivamente fatto), per far capire a tutti, soprattutto a noi giovani, l’importanza di coltivare quello che Gherardo Colombo aveva definito ‘il vizio della memoria’. Perché un paese senza memoria è un paese senza futuro.

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permalink | inviato da Paolo Testori il 11/9/2010 alle 2:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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